Un incredibile affresco dell'amata New York, la sintesi della decadenza della società e della vacuità dei rapporti umani di oggi. Manhattan di Woody Allen è un film straordinario per la capacità del regista americano di racchiudere in novantasei minuti tutta la sua arte: con i dialoghi presenti, intellettuali ma anche comici e sottili, viene tolto ogni dubbio (per coloro che ne avevano) sulla bravura di Allen come sceneggiatore.
Il film inizia con uno dei monologhi più famosi della storia del cinema "Capitolo primo: adorava New York, la idolatrava smisuratamente. Ma no, è meglio, la mitizzava smisuratamente, ecco. Per lui, in qualunque stagione, questa era ancora una città che esisteva in bianco e nero, e pulsava dei grandi motivi di George Gershwin...", quale inno d'amore per una città che "era la sua città, e lo sarebbe sempre stata" . Le note della Rhapsody in Blue di Gershwin si fondono con maestria allo skyline di una Manhattan tratteggiata in uno splendido bianco e nero, dal quale è difficile staccarsi. Le immagini della città che si susseguono lungo tutta la durata del film danno una visione poetica di Manhattan che è in grado di scaldare il cuore dello spettatore: belle le scene di vita quotidiana all'inizio, memorabile la vista del Queensboro Bridge nel cuore della notte, incantevole il giro a cavallo a Central Park.
Woody Allen narra le vicende di Isaac Davis (interpretato da lui stesso), commediografo televisivo quarantaduenne che frequenta una studentessa di 17 anni di nome Tracy (Mariel Hemingway). La tranquillità del quartetto composto da loro due e da Yale (Michael Murphy), migliore amico di Isaac, e la moglie Emily (Anne Byrne), viene sconvolta dalla comparsa della bella e intelligente giornalista Mary (Diane Keaton), che fa perdere la testa a Yale prima e Isaac poi. Tra dialoghi divertenti e graffianti (ad esempio "Ebbene io sono all'antica, non credo nei rapporti extra-coniugali. Credo che le persone dovrebbero accoppiarsi a vita, come i piccioni o i cattolici"), diventa sempre più centrale, seppur uscendo di scena, la figura della giovane Tracy, che incarna la "perdente" del gruppo paragonata agli altri ("grandioso, sto uscendo con una che deve fare i compiti"), adulti e di successo in campo lavorativo.
In realtà Tracy è l'unico personaggio del film ad avere dei valori positivi, a possedere una semplicità autentica che le permette di restare nel cuore di Isaac (Woody Allen la mette tra le cose per le quali vale la pena vivere, insieme Groucho Marx, Joe di Maggio, il secondo movimento della sinfonia Jupiter, Louis Armstrong ecc...). Proprio nella scena finale, dopo una corsa attraverso New York, il protagonista si ritrova faccia a faccia con Tracy, pentendosi di averla lasciata preferendole Mary. In questo momento, con un maturità sconosciuta agli altri personaggi, la giovane comunica all'innamorato che sta partendo per Londra e che potranno riparlare di questo solo al suo ritorno...tra sei mesi. Con l'ultima battuta del lungometraggio il regista ci lascia con una nota malinconica e, se vogliamo, con un messaggio di speranza ("Bisogna avere un po' di fiducia, sai, nella gente"), contrapponendo il volto tranquillo e sereno di Mariel Hemingway a quello sconsolato di Woody Allen.
Emblematico il ruolo interpretato da Diane Keaton, giornalista incapace di convivere con la stabilità sentimentale, nervosa e presuntuosa negli sferzanti commenti a grandi artisti (inclusi nella categoria "l'accademia dei sopravvalutati"), troppo lasciva nell'etichettare molte persone intorno a lei come "geni". Frequentatrice assidua di mostre, cene e altri momenti mondani, sempre caratterizzata da un distacco emotivo ed una frenesia assoluta che ne fanno l'adeguata rappresentazione della nostra società.
Da sottolineare le spettacolari immagini del direttore della fotografia Gordon Willis, che fanno della città di New York non solo lo sfondo ma un personaggio attivo in questa bella storia d'amore che fonde il comico con il dramma sentimentale...forse il più grande capolavoro del regista americano.
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domenica 29 marzo 2015
venerdì 27 marzo 2015
"INTERIORS" di Woody Allen
Un'opera inedita per Woody Allen, un ritratto familiare in cui la risata e la battuta cedono il passo al dramma, al dolore, all'insoddisfazione.Il film tratta le vicende di una famiglia newyorkese, messa a dura prova dalla separazione dei genitori e la conseguente depressione della madre, Eve. Proprio attorno alla madre, arredatrice di interni, ruotano le dinamiche delle tre figlie, cresciute in un ambiente simile ad un palazzo di ghiaccio. L'amore di Eve viene rivolto principalmente a Renata, protagonista di una brillante carriera letteraria, nonostante questa non si sia mai presa cura della madre nel periodo di difficoltà. A soffrire maggiormente di questa situazione è Joey, donna ossessionata dal desiderio di fare arte e ricevere così la stima e il conseguente amore della madre. Proprio Joey vive in un senso di smarrimento lavorativo, impossibilitata ad essere ciò che vorrebbe (perché senza particolare talento) e incapace di accettare lavori che non la innalzino al rango di artista. Questo tema ha un ruolo centrale nel film, come se Allen avesse voluto sottolineare il peso del talento e della produzione artistica nella vita quotidiana, al punto da far propendere l'affetto di una madre su una figlia piuttosto che su un'altra. Toccando tematiche e sentimenti cari al regista (per esempio il timore della morte), si sviluppano i personaggi dei due compagni delle ragazze, Mike e Frederick, del padre Arthur e della sua nuova compagna (poi diventata moglie) Pearl, e della sorella minore Flyn.
"Interiors" termina con la morte di Eve, una inquadratura delle tre sorelle e del mare finalmente calmo dopo tanti anni di tempesta e un sorriso, accennato ma visibile, sul volto di Joey, come ad evidenziare quanto la figura della madre fosse stata ambivalente, da un lato base del nucleo familiare, dall'altro responsabile dell'instabilità delle figlie.
Etichette:
Cinema,
Interiors,
Woody Allen
Ubicazione:
Firenze, Italia
lunedì 13 ottobre 2014
"RADIO DAYS" di Woody Allen
Una parte della critica non considera "Radio Days" tra i massimi capolavori di Woody Allen, ma sbaglia. Il film, datato 1987, è una splendida fotografia della società americana degli anni Trenta e Quaranta ed insieme uno struggente omaggio alla bellezza del mezzo radiofonico. Attraverso la radio, il regista americano racconta piccoli episodi: la giovinezza di Joe, la guerra, i tanti fidanzati della zia, i sogni di gloria di una Mia Farrow in versione venditrice di sigarette e molto altro.
Il film si compone di quasi duecento parti, che formano un incredibile collage, tanto ironico e divertente quanto malinconico e struggente. Il ricordo ha un ruolo centrale nella pellicola alleniana, tanto che per molti ricorda "Amarcord" di Federico Fellini.
Durante il film vengono contrapposte due realtà diverse: l'illusione che tutto ciò che attiene alla radio sia oro, da una parte, e le difficoltà di vivere in un mondo finto e troppo legato all'apparenza, dall'altro.
Dopo Manhattan, un altro struggente e delicato atto d'amore nei confronti della sua New York.
Woody Allen, come sempre, riesce a tenerci incollati allo schermo, con scene esilaranti o con frammenti di vita quotidiana ricchi di nostalgia per un tempo che non c'è...e per un mezzo che rischia di scomparire.
Ennesimo meraviglioso lavoro di un regista che non finisce mai di stupire per la facilità con la quale riesce a toccare lo spettatore...poco meno di novanta minuti di grandissimo Cinema.
Il film si compone di quasi duecento parti, che formano un incredibile collage, tanto ironico e divertente quanto malinconico e struggente. Il ricordo ha un ruolo centrale nella pellicola alleniana, tanto che per molti ricorda "Amarcord" di Federico Fellini.
Durante il film vengono contrapposte due realtà diverse: l'illusione che tutto ciò che attiene alla radio sia oro, da una parte, e le difficoltà di vivere in un mondo finto e troppo legato all'apparenza, dall'altro.
Dopo Manhattan, un altro struggente e delicato atto d'amore nei confronti della sua New York.
Woody Allen, come sempre, riesce a tenerci incollati allo schermo, con scene esilaranti o con frammenti di vita quotidiana ricchi di nostalgia per un tempo che non c'è...e per un mezzo che rischia di scomparire.
Ennesimo meraviglioso lavoro di un regista che non finisce mai di stupire per la facilità con la quale riesce a toccare lo spettatore...poco meno di novanta minuti di grandissimo Cinema.
Etichette:
Allen,
Cinema,
Film,
New York,
Radio Days,
Woody Allen
Ubicazione:
Firenze, Italia
venerdì 30 dicembre 2011
"MIDNIGHT IN PARIS" di Woody Allen
Quando la città è tra le più belle al mondo (se non la più bella), il protagonista è uno scrittore, la storia si svolge nel passato, nello stesso film sono presenti Picasso, Hemingway, Scott Fitzgerald e altri personaggi illustri della Ville Lumiêre e il regista è un certo Woody Allen, diventa davvero molto facile sognare.
Il film narra la storia di uno sceneggiatore americano, aspirante attore, che, nel suo soggiorno a Parigi con la futura sposa e i genitori di lei, scopre un mondo fantastico, pieno di arte e cultura europea.
Il protagonista, Owen Wilson, scopre per caso che ogni sera, a mezzanotte, nello stesso luogo succede qualcosa di incredibile che lo porta a stretto contatto con grandi artisti di epoche precedenti e con i quali inizia ad instaurarci un rapporto.
Mentre Gil cerca di sfuggire dalla nostra epoca perché a suo avviso più banale di altre precedenti, anche i personaggi che lui incontra cercano altri anni e altri contesti nei quali trovare maggiore fortuna e maggior gioia di vivere.
Come in quasi tutti i suoi capolavori, anche in quest'ultimo Woody Allen cela un insegnamento, e cioè che nonostante la nostra natura sia quella di trovare e sottolineare sempre il peggio delle cose, in fondo, se smettessimo di sfuggire da noi stessi e da ciò che ci circonda, ci accorgeremmo che non stiamo poi tanto male.
Soltanto il regista newyorkese poteva riuscire a creare una storia tanto incredibile e irreale quanto romantica e straordinaria da coinvolgere lo spettatore dal primo all'ultimo minuto.
Il film narra la storia di uno sceneggiatore americano, aspirante attore, che, nel suo soggiorno a Parigi con la futura sposa e i genitori di lei, scopre un mondo fantastico, pieno di arte e cultura europea.
Il protagonista, Owen Wilson, scopre per caso che ogni sera, a mezzanotte, nello stesso luogo succede qualcosa di incredibile che lo porta a stretto contatto con grandi artisti di epoche precedenti e con i quali inizia ad instaurarci un rapporto.
Mentre Gil cerca di sfuggire dalla nostra epoca perché a suo avviso più banale di altre precedenti, anche i personaggi che lui incontra cercano altri anni e altri contesti nei quali trovare maggiore fortuna e maggior gioia di vivere.
Come in quasi tutti i suoi capolavori, anche in quest'ultimo Woody Allen cela un insegnamento, e cioè che nonostante la nostra natura sia quella di trovare e sottolineare sempre il peggio delle cose, in fondo, se smettessimo di sfuggire da noi stessi e da ciò che ci circonda, ci accorgeremmo che non stiamo poi tanto male.
Soltanto il regista newyorkese poteva riuscire a creare una storia tanto incredibile e irreale quanto romantica e straordinaria da coinvolgere lo spettatore dal primo all'ultimo minuto.
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